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Chi ha inventato la pasta?
Chi è questo oscuro e importante personaggio la cui invenzione ha tanta parte nella vita degli italiani? Egli non ha, come meriterebbe, né piazze né strade a lui intestate, eppure nessun italiano vuole nemmeno lontanamente immaginare quale capovolgimento avrebbero le sue abitudini alimentari se la pasta scomparisse dalla tavola.
Favole e leggende hanno spesso accompagnato questo must della cucina italiana, alcune accreditate dalla firma di famosi scrittori, come quella autorevole di Matilde Serao che ci ha raccontato del mago che in uno scuro ‘basso’ napoletano, con porte e finestre chiuse, al riparo da occhi indiscreti, mescola e rimescola in un calderone un intruglio colorato di rosso dall’inequivocabile profumo dei maccheroni al ragù. Leggenda, naturalmente, perché all’epoca dei maghi e delle streghe Cristoforo Colombo non aveva ancora fatto il suo avventuroso viaggio alla scoperta dell’America e dei suoi pomodori.
Poi c’è quella più nota di Marco Polo che torna dalla Cina con un pacco di vermicelli cinesi nella borsa. E, chissà, forse la novità per il grande viaggiatore, dovette consistere nella materia prima, perché pasta fatta con la farina di riso – se di quella si fosse trattato – probabilmente da noi non si era ancora vista. La storia, quella vera, racconta invece cose molto diverse e sa perfettamente che sulle tavole veneziane, al ritorno di Marco Polo, la pasta si consumava da almeno due secoli.
Origini in Sicilia
Seguire il percorso della pasta nei secoli bui seguiti alla caduta dell’Impero romano è cosa assai lunga e difficile: assenza di documenti e di fonti rendono ardua la strada. Certo qualcosa del genere la massaia medioevale dovette ogni tanto mettere nella pentola della zuppa, anche utilizzando granaglie diverse come la spelta, l’orzo, la segale; ma per arrivare alla pasta come noi la intendiamo oggi, bisogna fare un salto di qualche secolo, quando alcuni veloci sciabecchi musulmani accostarono la spiaggia in una baia verdeggiante punteggiata dal colore dorato delle arance selvatiche.
Lasciamo la parola al grande geografo arabo Al Idrisi che nel 1154, nel suo Libro di Ruggero, dice: ‘In Sicilia vi è un paese chiamato Trabia, luogo incantevole dotato di acque perenni e di mulini. In questo paese si fabbrica un cibo di farina a forma di fili in quantità tali da rifornire oltre i paesi della Calabria, quella dei territori musulmani e cristiani’.
Dunque in quel momento l’industria della pastificazione doveva essere in quel luogo già molto avanzata; c’erano molti mulini e anche il sistema di essicazione doveva aver raggiunto un buon livello, tale da consentire lo stivaggio in baricelle di legno, che le veloci navi delle Repubbliche marinare di Genova e Pisa trasporteranno in giro per il mondo allora conosciuto.
Le forme di pasta
Con i primi documenti scritti si affacciano le prime notizie. Durante il secolo XIII la pasta è ormai endemica su tutto il territorio nazionale. Attraverso quali misteriosi canali i diversi formati casalinghi si siano diffusi è difficile dire. Alla dominazione in Puglia degli Angioini, signori di Provenza, può farsi risalire il formato delle orecchiette che ripetono quello dei crosets provenzali, divenuti poi corzetti nella vicina Liguria; la itryia che si fabbricava in Sicilia, diviene la tria pugliese e con la dominazione spagnola si trasforma in fideus e poi nei fidelini liguri.
Dalle cucine domestiche la pasta esce ben presto per diventare lavoro per i maccheronai. Oltre alle grandi aree di intensa produzione pastaria come la costa amalfitana e sorrentina in Campania o le zone rivierasche della Liguria, quasi in ogni piccolo centro esiste la figura del maccheronaio. In principio sono gli stessi mugnai a produrre manualmente piccoli e lunghi formati di pasta, usando quella manodopera femminile che già abilmente confezionava la pasta tra le mura di casa.
Se dunque possiamo ragionevolmente affermare che non esiste un inventore dei maccheroni più difficile è dimostrare perché la pasta si sia accasata in Italia tanto da divenire parte integrante del DNA degli italiani. Così come resta da capire chi per primo ha spezzettato un pomodoro maturo in un piatto di spaghetti con il cacio. Non certo il mago di Matilde Serao, sicuramente però un benefattore dell’umanità, anonimo, ma non per questo meno importante.
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